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Ad Acerenza si beve Aglianico allevato a Pagliaio

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Tra i grandi vitigni rossi italiani, l’Aglianico è forse il meno conosciuto dal grande pubblico. Ad affermarlo è il critico enologico del New York Times, Eric Asimov.
Non di rado viene comparato al Nebbiolo per le sue potenzialità: perché come l’uva alla base del Barolo, con il tempo regala vini straordinari, che possono invecchiare anche per decine e decine di anni.

Taurasi, in Irpinia; Taburno, nel Sannio e Aglianico del Vulture, in Basilicata, testimoniano la sua sorprendente capacità di ammaliare l’universo sensoriale.

In Lucania, in particolare, l’areale di coltivazione ricade nella provincia di Potenza e comprende un territorio di alta e media collina, alle pendici di un vulcano spento.
Autorevoli autori latini, come Plinio, Strabone, Virgilio e Marziale, ne testimoniano la presenza già dal VII secolo a.C.

Anche Orazio, nativo di questi territori, celebra nelle sue Odi le qualità del vino che oggi si caratterizza per il colore rosso rubino intenso, per i tannini eleganti, l’elevata gradazione alcolica e l’accattivante morbidezza (quando raggiunge il giusto grado di maturazione).

Nel corso dei secoli la coltivazione è stata condizionata dalla polverizzazione fondiaria (anche oggi inferiore all’ettaro) e dalla struttura della famiglia contadina, che sentiva fortemente il legame con la terra.

L’interessante tesi di laurea “Acerenza e il suo territorio di Antonio Caroppo“, discussa nel 1968 all’Università degli Studi di Bari e che ha come relatore il professore Alessandro K. Vlora, descrive in modo minuzioso la realtà di uno dei comuni inseriti nel disciplinare della DOCG.

All’epoca dei primi rilevamenti statistici (1909), la superficie a vite raggiungeva i 340 ettari, che si erano ridotti a 225 nel 1929, in seguito all’invasione della fillossera.
Comunque, già nel periodo della Seconda Guerra Mondiale aveva raggiunto un’estensione di 255 ettari.

Dopo la stasi del periodo bellico, si è notato nell’ultimo ventennio un notevole allargamento della superficie fino ad arrivare a 294 ettari negli anni ’70.
Contemporaneamente all’incremento del vigneto specializzato si è assistito ad una contrazione di quello consociato con l’ulivo, che permetteva un reddito del terreno nel periodo improduttivo della vite.

L’uva è sempre stata di ottima qualità, anche se questo territorio difficile orograficamente richiedeva molta manodopera. La forma tipica di allevamento era il metodo alla Latina: ossia una o più viti allevate ad alberello e sorrette da canne.

Le varianti erano tre, a seconda del numero di piante raggruppate. Si aveva così il sistema a Pagliaio quando quattro canne e quattro viti venivano disposte a quadrato (di un metro per lato); il sistema a Ventaglio, se le quattro canne raggruppavano solo due viti ed il sistema ad “uno”, quando ogni singola vite veniva sorretta da tre canne.

Oggi è rarissimo avere la possibilità di ammirare un vigneto allevato ancora con la tecnica tradizionale, anche se non mancano vignaioli coraggiosi che hanno deciso di portare avanti la memoria culturale della propria terra, come Massimo Salvatorelli (che ci ha accompagnato in una indimenticabile visita) e la sua famiglia.

Per visitare Acerenza www.prolocoacerenza.itwww.comune.acerenza.pz.it

di Francesca Maisano

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