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Tartufesta, il festival dedicato al tartufo!

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Non sfoggiano l’allure della costa e l’eleganza composita delle importanti città d’arte dell’Emilia Romagna. E neppure si respira l’atmosfera country-chic, un po’ campagna un po’ centro benessere, che aleggia sulle non distanti mete termali del parmense. Ma i borghi di Savigno, di Sasso Marconi e dell’Appenino sono tutt’altro che la Cenerentola della regione. Piuttosto, sono la meta preferita per raffinati e appassionati dello “small is good”, estimatori del silenzio dei boschi e delle lievi alture, dei pregiati tartufi, dei sapori di una cucina popolare…Provare per credere…E così, in occasione del festival dedicato al “re del bosco”, abbiamo deciso di assaporare questo lembo d’Italia poco battuto dalla normali rotte turistiche, in un weekend di novembre dal tipico clima d’autunno inoltrato.

Bologna, punto di arrivo e di inizio del nostro tour, è la città dipinta dal caldo colore del laterizio e dell’arenaria dei suoi monumenti, è la città delle torri medievali, delle lunghe vie a portici, in cui i tesori architettonici si fondono armonicamente con la bonomia degli abitanti. “Dotta” è stata chiamata per le sue estrazioni culturali di fama, “grassa” per quelle fertili terre d’intorno e per la sua cucina per antonomasia succulenta. 

La provincia non parla solamente di “bello” e “buono”, ma conserva testimonianze di un passato difficile, di popoli al fronte, di gente costretta dalle contingenze ad arruolarsi e ad ingegnarsi allo scopo di cercare quotidianamente un nuovo pretesto per far sembrare ogni giorno migliore del precedente. Erano gli anni più caldi della Seconda Guerra Mondiale, in cui Colle Ameno viveva tristemente un presente assai lontano da quello che lo aveva eletto a fiorente centro culturale, attivo di una vivacità umanistica rara, animato dalla visione avveniristica dell’illuminista Filippo Ghisilieri. La sua posizione strategica lo trasformò – dal 6 ottobre al 23 dicembre del 1944 – in un centro di smistamento di prigionieri civili che, una volta distinti per condizione fisica e per credo religioso, venivano avviati alle più disparate mete, dal fronte ai lager tedeschi. 

Dopo la toccante ed educativa parentesi, fa invece tornare il sorriso il vicino centro di Sasso Marconi, piccolo agglomerato romano ed oggi grosso borgo, che ricorda sin dal nome la genialità – tutta italiana – di Guglielmo Marconi, inventore della radiotelegrafia. Ma questo stesso borgo, che prende il nome dal “sasso di Goslina” (la ripa sporgente verso il Reno), è presidio importante del Bel Paese, animato com’è nei periodi di raccolta, da un pullulare di stand dedicati a prodotti tipici del luogo e al tartufo, protagonista indiscusso della fiera dedicata, ormai giunta alla 29^ edizione. A colpire è lo sguardo dei numerosi cercatori nel sentirli raccontare il proprio operato, il loro volto dal quale si indovinano segni indelebili di una fatica che mai indebolisce, ma al contrario rafforza, una passione senza eguali. Vita dura quella di spingersi tra pioppi, castagni, querce, tigli, carpini, in compagnia del fedele lagotto – cane da cerca per eccellenza – con il rischio di ritrovarsi “vis à vis” con le mille insidie che il bosco può riservare. Gente di mestiere, non v’è dubbio; gente coraggiosa, dalla tempra dura ma dal cuore tenero. Per accorgersene, infatti, basta fermarsi a parlare con uno dei molti volontari dell’Associazione Tartufai di Sasso Marconi, paladini honoris causa di un’eccellenza gastronomica altrimenti destinata al dimenticatoio, e perfetti interlocutori di una cultura profonda che ha un legame atavico con la routine contadina. Una routine fatta di giornate tra i campi, logorante caldo umido estivo e pietrificante gelo invernale, una routine che i “locals” sanno affrontare con un sorriso di disarmante sincerità, espressione piena di una vita “differente”. È una vita da tempo scandita dai ritmi della natura, che quasi sembra lasciarsi ritmare dallo scorrere del Samoggia, ultimo affluente del Reno e importante corso d’acqua da cui la Valle (Valsamoggia) eredita il nome. 

Percorrendo una campagna dalle inconfondibili tonalità autunnali, si resta colpiti dall’ordine di un territorio in cui i segni della mano dell’uomo mai prevalgono nel susseguirsi rigoroso di colli boschivi, curve e alture, avvolti da una sottile coltre di nebbia che pare conferire al paesaggio un tocco di magia. Eppure, quando si giunge a Pragatto, presso Orsi San Vito, sembra che la realtà attinga dalla magia o che la magia dia sostanza all’ambiente, dischiudendo forzieri di biodiversità, disciplinati da regole proprie, da quei principi di biodinamica che qui sono, ancor prima di un metodo di conduzione agronomica, una filosofia di vita. Se nell’orto d’autunno troneggiano tuberi, radici, cavoli e verze dalla fragranza croccante, nel vigneto Pignoletto, Barbera, Negretto e altri vitigni autoctoni regalano vini quintessenza di un terroir: tutti, dal frizzante sui lieviti al Poska Rosso, passando per il Martignone e Poska Bianco, vibrano d’energia, raccontano la passione dei titolari, narrano i sacrifici di mezzo secolo e sussurrano – a chi sappia intenderli – i segreti della biodinamica. Rispettare appieno l’alternanza delle stagioni, rinunciare alla chimica in favore dei cosiddetti preparati omeopatici, realizzare vini senza alcuna sofisticazione o aggiunta non può che essere un “credo” e non una semplice “maschera”. E lo si coglie nella sua complessità godendosi il riposo in una delle cinque stanze, pensate in totale armonia con un concetto di benessere e sana ospitalità, che rifugge dalla frenesia imposta da eccessi tecnologici, premiando confort ben curati e in linea con la filosofia “naturale”.

In Valsamoggia si scopre altresì la culla dell’enogastronomia bolognese, si ritrova un concetto del ristorante che lo elegge a luogo in cui mangiare significa nutrire anima e corpo. Basta, infatti, oltrepassare l’uscio della Trattoria “Dai Mugnai” di Monteveglio per trovarsi di fronte la più schietta e piacevole versione del “back to basics”: ad accogliere l’ospite è il patron Stefano Parmeggiani, l’oste custode per antonomasia, il quale, con la sua indole da instancabile ricercatore e profondo conoscitore, porta in tavola un’autentica cucina, fortemente radicata nel territorio. Ci si accorge di quanto la semplicità – che qui mai scade in banalità – diventi eccezione, di quanto il gusto diventi coscienza della terra e di come la sua interpretazione dell’enogastronomia locale sia una feconda ed originale forma di civiltà. Il menù, dunque, è uno spaccato dei piatti della tradizione culinaria casalinga: il friggione servito con la guancia brasata dalla cottura ineccepibile, il tortellino in brodo preparato rigorosamente a mano e dai sapori atavici, la zuppa inglese che sembra uscita dai ricettari delle nonne capace di intimidire anche chef di fama. Se le preparazioni sono lo specchio di un animo “spontaneo” e gentile, i vini sono il frutto di anni di scampagnate tra i piccoli vignerons dei colli bolognesi, nonché una finestra sul ricco patrimonio vitivinicolo della zona, e degni compagni del goloso percorso gastronomico.

Ed è proprio seguendo il fil-rouge del “buon mangiare” e del “buon bere” che ci si addentra nel borgo di Savigno, a pieno titolo eletto capitale regionale del tartufo bianco pregiato, consacrato nella Tartofla, fiera ormai alla 35^ edizione. Sarà il terreno sassoso e ciottoloso misto a calanchi, sarà quella peculiare emozione di perdersi tra il bosco o il rimpianto di ritornare a casa senza aver provato l’ebrezza della cerca, ma si finisce con il ritrovarsi in compagnia di un adorabile lagotto e del suo affabile proprietario. Una coppia perfetta: lei, Macchia, assai nota tra i colli bolognesi per il suo fiuto; lui Maurizio Lorenzini, capace e giovane tartufaio, animato da una passione senza pari, guida perfetta per chiunque voglia conoscere più da vicino l’incredibile mondo del fungo ipogeo. Ideale compagno d’avventura, non esita nel gettarsi tra i rovi ai segnali della sua Macchia e a contribuire attivamente alla continua valorizzazione di un’eccellenza enogastronomica unica. Unica come il terroir da cui proviene, una terra ospitale, di valore e valori, antica di “nuovi” giovani desiderosi di far conoscere sentieri poco esplorati. È il caso di Federica Govoni, intraprendente Assessore del Comune di Valsamoggia e prima attrice di valevoli progetti di economia territoriale, e dell’Organizzazione BolognaWelcome, capace di far appassionare il visitatore esperto e l’avventore ad una provincia dalle radici lontane che si perdono tra leggenda e realtà.

 

Manuela Mancino

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