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Salute: Vitamina D, il futuro passa dagli integratori

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“L’aumento della vita sedentaria in casa, l’incremento della speranza di vita media globale e le propagande contro l’eccessiva esposizione ai raggi solari per evitare i rischi di invecchiamento precoce e cancro della pelle hanno favorito l’utilizzo di creme solari con protezione pari o superiore a 15, di fatto annullando l’apporto di vitamina D che fino a qualche tempo fa era a disposizione del nostro metabolismo in modo naturale. Se dunque, da un lato, questi fattori hanno posto un freno ai rischi d’invecchiamento cutaneo e dei tumori connessi, dall’altro non possiamo non riflettere sulle correlazioni che indicano, con quantità adeguate di vitamina D, una minor incidenza di tumori a prostata, colon e seno”. Così il Prof. Angelo Azzi, docente presso la Tufts University di Boston e tra i più grandi esperti in campo mondiale di alimentazione e nutrizione clinica, intervenendo a margine del ‘Workshop on Vitamin D’, organizzato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma e che si concluderà oggi.
L’evento ha visto la presenza, il 19 e il 20 ottobre, di alcuni tra i più importanti studiosi e ricercatori su questa tematica, tra cui Paul Coates, Rob Russell, Elizabeth A. Yetley e Christine Taylor, tutti provenienti dal National Institute of Health statunitense, l’Agenzia che si occupa di ricerca medica presso il Dipartimento per la Salute USA.
“Ecco perché – prosegue Azzi – le evidenze scientifiche ci dicono che tra popolazioni del Nord e del Sud del mondo oggi non c’è sostanziale differenza di quantità di vitamina D nell’organismo, nonostante le diverse latitudini. In entrambi i casi, cioè, si parli dei ‘Paesi del sole’ o di quelli in cui i raggi sono molto più flebili e di minor durata, le persone hanno livelli di questo ormone troppo bassi. Ciò, evidentemente, impone l’utilizzo di sistemi di supplementazione”.
La Vitamina D, infatti, sembra essere una delle componenti efficaci per prevenire non solo le fratture, ma anche molte altre patologie. Ecco perché l’alternativa utile a scongiurare i pericoli di eccessive esposizioni alle radiazioni solari, che garantirebbe nel contempo un sufficiente apporto di questa importante sostanza potrebbe essere la supplementazione, ovvero l’integrazione attraverso prodotti nutrizionali specificamente pensati per dare all’organismo questa vitamina. Tuttavia, soltanto attraverso studi clinici con un gran numero di partecipanti, dell’ordine delle migliaia di persone, si potrà avere la prova provata che le correlazioni di cui oggi parliamo sono sperimentalmente confermate. Così come si potrà capire meglio qual è la quantità migliore da fornire in base all’efficacia che essa dovesse presentare in termini di prevenzione, da sola o in correlazione con altre sostanze.
Sono già in corso nel mondo una decina di trials clinici su campioni numerosi, per verificare che lasupplementazione abbia un’efficacia reale e per capirne i limiti. Al workshop del Campus Bio-Medico, tuttavia, è stato oggi confermato che recettori in grado di utilizzare la vitamina D esistono non solo, come si sa da tempo, sulla parete dell’intestino, per favorire l’assorbimento del calcio e garantire una maggior densità ossea (tanto utile specie alle donne in menopausa), ma che ne dispongono anche altre cellule dell’organismo. Un dato che confermerebbe le funzioni benefiche della vitamina D per la salute di altri tessuti dell’organismo.
Un livello adeguato di questa sostanza sarebbe alla base, ad esempio, della diminuzione del rischio d’incidenza di malattie del sistema cardiocircolatorio, di ictus, ma anche della demenza senile. E ancora: recettori di questo ormone sono presenti pure nei cosiddetti Linfociti-T, le cellule deputate a favorire la risposta immunitaria dell’organismo. Ed èstata notata una significativa carenza di vitamina D nelle persone con diabete di tipo 2 (quello acquisito) e, soprattutto, negli obesi.
Anche per questo sono gli USA, il Paese-simbolo del problema dell’obesità, ad avere il maggior interesse a comprendere fino a che punto questa vitamina può incidere sulla prevenzione di tali problemi. La gran parte delle ricerche, infatti, proviene proprio dagli Stati Uniti, cheattraverso l’NIH investono ogni anno ingenti fondi in questo settore. Inoltre, gli USA, un Paese di 250 milioni di abitanti tutti con una spiccata attenzione per l’igiene e la corretta alimentazione, hanno visto crescere negli ultimi 6 anni il mercato dei prodotti a base di vitamina D da 50 a 600 milioni di dollari. Una situazione che, come hanno sottolineato gli esperti presenti al Campus Bio-Medico, impone controlli sempre più frequenti e capillari delle agenzie nazionali e sovranazionali deputate alla verifica della qualità di farmaci e alimenti.
In attesa dei risultati degli esperimenti clinici, quindi, nel corso della conferenza è stata più volte sottolineata l’esigenza di approfondire anche a livello di biologia molecolare il come e il perché la vitamina D sarebbe utile per la prevenzione di molte patologie. Il prossimo passo della scienza nell’ambito di questa molecola, come del resto già avvenuto per altre sostanze disponibili in natura, sarà infatti quello di moltiplicarne in laboratorio gli effetti positivi, eliminando allo stesso tempo i rischi di danno che dosi molto elevate hanno fatto riscontrare sul fegato e, paradossalmente, pure nella densità ossea. Per poterne offrire in tempi rapidi alla popolazione mondiale un apporto sempre più adeguato e ‘mirato’.

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