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Merendine, una storia tutta italiana

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Il mercato delle merendine (merenda dal latino “merere”, che significa “meritare”) nell’arco degli ultimi 50 anni è molto cambiata: si inizia nel 1951 allorquando viene messo in commercio il “Mottino”. Nel 1970 si producevano 40 mila tonnellate di merendine, appena 10 anni dopo, sotto la pressante richiesta che giungeva dai 10, 6 milioni di nuovi nati ( record imbattuto nella nostra storia), le tonnellate di merendine prodotte diventano 70 mila. Per arrivare a toccare le 130 mila tonnellate nel 1990, le 200 mila nel 2.000, stabilizzandosi poi attorno alle 217 mila delle quali circa 175 mila circa destinate al consumo interno) nel 2010. Per un controvalore, alla produzione, di quasi 980 milioni di euro.

Sono questi i dati di un prodotto che si è trasformato nel tempo e ha saputo trovare uno spazio nella quotidianità di ogni famiglia italiana (oggi le merendine sono nelle dispense di 21,5 milioni di famiglie italiane) nonostante all’inizio non abbiano avuto una vita facile perché dovevano vincere il pregiudizio che gli italiani hanno verso i cibi conservati (l’effettivo obbligo di vendere alimenti confezionati per ragioni igienico sanitarie arrivò a partire dal 1967). Nonostante la tecnologia permettesse di conservare cibi in scatola già dal 1810 – il procedimento fu inventato quell’anno dal francese Nicolas Francois Appert – e già dagli anni Venti (1924, per la precisione) fossero arrivati in commercio cibi congelati, in Italia ogni novità in questo ambito ha sempre stentato a decollare.

Da che mondo è mondo, in Italia la merenda dolce era preparata dalla nonna o dalla mamma anche se poi, complici le esigenze dettate dai ritmi di lavoro della vita moderna, gli italiani “razionalmente” hanno accettato di utilizzare alimenti già preparati (leggi: pelati, piselli e fagioli in scatola, surgelati, torte, biscotti ecc ).

La ripartizione per canali di vendita, informa il sito www.merendineitaliane.it, vede in testa i supermercati (50%), seguiti da ipermercati (15%), libero servizio (15%), discount (11,5%) e traditional grocery (8,5%).

Mentre dal punto di vista delle tipologie, la croissanterie copre il 34% delle vendite, i tranci il 33%, i minicake il 20%, seguiti da crostate 6%, tortine 4% e panini 3%.
di  Tiziana Ricca

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