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Cambiare vita in Alta Val Taro

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Tra yurte appenniniche ed esperimenti di autosostentamento, cinque storie di svolte esistenziali in un illuminante angolo della provincia di Parma, territorio di Visit Emilia
Ci sono luoghi che, cangianti nella loro strenua resistenza alle mutazioni imposte dall’uomo, sembrano paradossalmente in grado di ispirare i cambiamenti radicali degli individui. L’intuizione di uno scorcio tra le montagne, la percezione di un’aria diversa, l’improvvisa comprensione profonda dell’essenziale sono piccole illuminazioni all’ordine del giorno in Alta Valtaro, lingua della provincia di Parma al confine tra la Liguria e la Toscana. Ed è così che, in quest’area di Visit Emilia http://www.visitemilia.com delimitata dai comuni di Albareto, Bedonia, Borgotaro, Compiano e Tornolo, attraversata dal fiume che battezza la valle e dominata dalle imponenti cime del Molinatico, del Pelpi e del Penna, le persone si guardano intorno per guardarsi dentro e trovare una nuova strada.
Inventarsi una professione a 40 anni è un po’ come reinventarsi una vita. Un cambio netto, dall’ufficio in città all’alto Appennino parmense. Oggi, il lavoro di Mario Marini è nei campi, tra le arnie delle api, nell’allevamento degli animali e nella cucina per gli ospiti dell’agriturismo Cielo di Strela. Una storia che l’ex assessore del Comune di Parma riscrive ogni giorno insieme alle persone che gli danno fiducia e condividono la sua scelta di assecondare la natura e rispettarne i ritmi e i limiti, aiutandola nella produzione dei frutti e delle carni migliori. Biologico per una questione etica, il suo angolo di mondo a Strela di Compiano (PR) è un avamposto della tradizione che riscopre i sapori e le lavorazioni radicati nella narrazione del territorio. Una tradizione che è sacrificio ma anche e soprattutto cura e amore.
Quella dell’azienda agricola Francesco Querzola è innanzitutto la storia di una famiglia che risponde al richiamo di un territorio, per un ritorno alle origini simboleggiato da un vecchio podere a qualche chilometro da Borgotaro. È la fine di un viaggio che coincide con l’inizio, in un piccolo borgo di pietra a Casembola, dove già i nonni si erano rifugiati durante la Seconda Guerra Mondiale.
La legge dell’agricoltura biologica domina sugli 8 ettari coltivabili dei 30 di un’impresa che ha lasciato al bosco il proprio spazio, nel rispetto della natura e nel segno della multifunzionalità. Con i figli Irene, Michele, Anna e Sara, Laura e Francesco coltivano oggi circa 4 ettari a frutta (mele, pere, ciliegie, frutti di bosco, susine, pesche, albicocche, noci e nocciole) per un totale di 15mila piante e 40 varietà diverse e allevano allo stato semi brado suini “normali” – ognuno dei quali ha a disposizione circa 1000 mq di pascolo tra prato e bosco – affidando la lavorazione dei salumi a strutture famigliari esterne autorizzate e curando personalmente il confezionamento delle carni.
Un vecchio fienile in pietra è diventato il laboratorio di trasformazione nel quale, con un’attrezzatura che lavora sottovuoto in tempi ridotti e a basse temperature, la famiglia Querzola produce senza additivi marmellate, succhi di frutta, creme, mostarde, caramelle, frutta sciroppata o sciroppata e prodotti di gastronomia rurale.
Raggiungere l’Agriturismo Ca’ Cigolara non è esattamente facile. E forse è proprio il motivo per cui Simona e Diego – con un passato milanese rispettivamente da segretaria e da consulente aziendale – hanno scelto questo angolo remoto di Alta Valtaro per cominciare una nuova vita, in quella che era una vecchia casa in una frazione di Borgo Val di Taro, al confine con l’Oasi WWF dei Ghirardi.
La scoperta di ritmi, rumori e dinamiche totalmente differenti da quelli metropolitani coincide con la presa di consapevolezza di un desiderio esistenziale e professionale agli antipodi, che porta alla nascita di un ristorante a vocazione locale e soprattutto dell’agricampeggio, dove gli alloggi sono delle originali yurte mongole. L’idea iniziale di un summer camp per bambini e ragazzi ha indirizzato Simona e Diego verso queste abitazioni tipiche dell’Asia orientale, che – tra vicissitudini e complicazioni varie (non ultime quelle del trasporto via nave e del montaggio, con un video di istruzioni in mongolo) – sono diventate l’iconica caratteristica di un’oasi di pace dalle suggestioni spirituali, dove ci si può ancora sedere attorno a un fuoco per chiacchierare o contemplare il panorama, tra il Monte Pelpi e Strela.
Se Milano sembra lontana anni luce da questi paesaggi incantati, c’è anche chi arriva dalla Svizzera. È il caso di Iris Wittwer, che – insieme a Gianluca Thorimbert – ha fondato nel 1992 l’azienda agricola Casa Lanzarotti, ristrutturando e riportando allo splendore a un’antica costruzione in pietra affacciata sulla vallata. L’agriturismo famigliare è la dimostrazione di come la vita nella natura non significhi rifiuto della tecnologia e indifferenza alle innovazioni: un impianto solare è garantisce la produzione di acqua calda e integra il riscaldamento a legna della casa, mentre l’installazione di un impianto fotovoltaico sul tetto ha consentito di coprire gran parte del fabbisogno in energia elettrica.
Rigorosamente biologiche e, per quanto possibile, a km 0, le produzioni dell’azienda abbracciano carni, salumi, uova, verdura, frutta e, di conseguenza, marmellate, succhi e conserve, ma anche pane e dolci.
Da ex turisti innamorati di questi luoghi, Iris e Gianluca hanno creato un angolo di mondo vicino ad Albareto in cui rifugiarsi, mangiando sano, leggendo davanti al camino e avventurandosi in passeggiate verso i monti dell’Appennino, le vicine città storiche e perfino il mare della Liguria.
È una scelta di vita ancora più mirata e radicale quella di Elena e Nicola, autori di una vera e propria inversione di marcia che li ha portati a fondare in località Sbarbori, frazione di Santa Maria del Taro (PR), una piccola fattoria con B&B, dove si coltiva, si alleva, si raccoglie e si trasforma per autoconsumo. Nel colpo di coda dell’Appennino Emiliano prima della Liguria, La Caprasanta è una realtà che ricalca la dimensione famigliare del passato, quando la custodia e la cura del territorio erano una questione spontanea e naturale, che si tramandava di generazione in generazione. Una sorta di patto con la terra, scritto nel codice genetico.
Membri dell’associazione Piccoli Produttori dell’Alta Val Taro, del progetto Lana di Montagna Alta Val Taro e aderenti al movimento Genuino Clandestino e alla rete WWOOF Italia, questi moderni paladini della tradizione rurale hanno strappato all’abbandono pezzi di terra che sembravano ormai spacciati e hanno inaugurato una nuova esistenza nel segno dell’autoproduzione e dello scambio: è una visione che prende forma, proprio là dove in molti la abbandonano per mancanza di coraggio. Le capre danno il formaggio, le galline danno le uova e le tipiche fasce ripagano la cura e l’amore con frutta e ortaggi. La coltivazione dei cerali è infine oggetto di un esperimento di coltivazione collettiva.
Per informazioni: Turismo Val Taro
Tel: 0525 96796
E-mail: info@turismovaltaro.it
Sito web: http://www.turismovaltaro.it

 

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